Non è tutta colpa di Cambridge Analytica

Non starò certamente ad annoiarvi con la pluri-citata “Era della Comunicazione”, ne abbiamo sentite tante, potremo dire tutto quello che vogliamo ma una cosa è certa: non eravamo pronti (e siamo ancora in pochi ad ammetterlo) alla crescita esponenziale di informazioni che ci è piovuta addosso negli ultimi anni. Le innovazioni aprono sempre un settore finora sconosciuto e pongono quesiti nuovi ed inaspettati (chi se li ricorda i Google Glass?, qui la Nota del Garante della Privacy); la tecnologia, forse più di tutte, ci porta esperienze nuove di cui non conosciamo gli effetti al 100%. Gli “Haters” ne sono un esempio lampante: gente che scrive tranquillamente sui social cose che neanche si sognerebbero di dire a casa, in piazza, al bar.

Sapevamo già da tempo che pubblicare cosa leggiamo, guardiamo e per quale squadra tifiamo, permette alle aziende di raggiungerci in base ai nostri interessi, ma la manipolazione è tutt’altra cosa. Il caso “Cambridge Analytica” è arrivato con tutta la sua imprevedibile potenza (qualcosa l’avevamo intuita con la crescente diffusione delle Fake News) e non sappiamo quali saranno gli effetti sul lungo termine ma una cosa possiamo farla sin da subito: RIVEDERE la nostra consapevolezza ed il nostro atteggiamento, lo spirito con cui interagiamo ed il peso che diamo alle informazioni che riceviamo.

Chi manipola la gente certamente è in torto, ma anche chi “prende per buone” tutte le cose che vede nello smartphone qualche problema c’è l’ha pure, siamo sinceri, o no?

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